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Tutti viviamo in una Residenza Arcadia

Scale. Sconnesse. Dai gradini a volte troppo alti. Scale. Che sanno metterci in soggezione quando le guardiamo dal basso. Scale. Da cui ci sembra che qualcuno ci stia spiando. Porte. Che sbattono. Porte. Da cui cani di dimensioni irrisorie, ma con il timbro vocale di un leone, abbaiano ad ogni nostro passaggio. Porte. Da cui spiamo e ci sentiamo spiati. Amministratori di condominio. Assenti o succubi dei deliri degli abitanti. Vicini. Proprio loro. Il nostro incubo peggiore. Quelli che sanno tutto di noi anche se noi nemmeno ci ricordiamo come si chiamino. Almeno che i loro nomi non siano “quello del secondo piano” o “la vecchietta dell’interno 5”. Biciclette, sempre parcheggiate nel posto sbagliato. Fiori in giardino. Che non sono mai del colore giusto, del tipo giusto, dell’odore giusto. Silenzi. Che fanno un gran baccano. Bambini. Ecco, no. Bambini anche no, che fanno rumore e disordine a tutte le ore. Anche (anzi, soprattutto) se sono nostri. Una città. Non proprio quella città o la nostra città. Una qualsiasi città, in una qualsiasi regione di un qualsiasi Stato. Che tanto sono tutti uguali. Ci avviciniamo con timore al portone. Con il terrore di doverlo attraversare. Ma lamentandoci subito, perché, oh, possibile sto portone non lo chiuda mai nessuno? Stiamo entrando in Residenza Arcadia.

Daniel Cuello

Tranquilli. Nessuno ha spiato il vostro condominio. No. Chi scrive la vecchietta dell’interno 5, con il suo eterno ciabattare nelle ore più improbabili, che apre uno spiraglio di porta ogni volta che ci passate davanti, che vi guarda con disapprovazione quando gettate il volantino pubblicitario per terra davanti alle cassette della posta non la conosce (ops…). Ma ogni condominio è un condominio. E ogni condominio può essere una Residenza Arcadia.

E’ quello che sembra dirci Daniel Cuello, autore di questo gioiello di romanzo a fumetti, edito da Bao Publishing. E, esattamente come non ha più senso cercare di stabilire se una graphic novel sia letteratura o se siano solo fumetti, è riduttivo cercare di definire Cuello. Si potrebbe partire dalla presentazione che troviamo alla fine del libro:

cuello fumetto

Daniel Cuello è argentino di nascita, italiano di adozione ma soprattutto fumettista perché ha sempre voluto così. Nel suo sangue ci sono più o meno sette nazionalità diverse. Autodidatta, da anni pubblica vignette, racconti brevi e illustrazioni sul web, mentre di nascosto scrive e disegna storie lunghe mai pubblicate. Tranne questa. E le prossime. 

(da www.danielcuello.com)

Si potrebbe continuare dicendo che per lui, no, le verdure non sono cibo. Che sono commestibili veramente solo il formaggio e le Pringles. Che la mattina non ha senso di esistere. A meno che non la si cominci davanti a un croissant (non un cornetto, un croissant, di quelli belli burrosi che ti ungono le mani). Che le empanadas gli ricordano le origini. Mentre l’amore per la pizza ciò che è diventato. Che non sa stare senza fare disegnetti. Infatti disegna sempre, di continuo, in modo a volte morboso, a volte con senso di responsabilità, a volte per stanchezza, a volte per non sentirsi stanco. Daniel ha bisogno di avere sempre con sé le sue penne, i suoi fogli, la sua tavoletta grafica. Perché Daniel ha bisogno di osservare ciò che lo circonda. E’ dalla sua abilità di osservare gli altri, il contesto, che è nata la sua passione per gli anziani. Le sue vignette su twitter e facebook ne sono piene. Sembra quasi un’ossessione per lui. Come se attraverso loro stesse guardando e analizzando ciò che potrebbe diventare o, forse, ciò che vorrà evitare di essere.

Inevitabile, quindi, che i protagonisti della sua prima storia lunga fossero dei vecchietti. Non a caso messi in quello che è il luogo in cui sembrano esprimersi al meglio: un condominio.

cuelloLe dinamiche ci sembrano ben note: c’è Mirta, talmente rancorosa da prendersela anche con l’uccellino, che tiene in gabbia, perché se lei da anni ha ingabbiato tutti i suoi sentimenti, allora quello ‘stupido animale’ deve saper cantare anche attraverso le grate; c’è Emilio, compulsivamente portato a scattare foto che DEVE assolutamente pubblicare, anche se tutti gli chiedono di non farlo, perché è il suo modo di scappare dalla realtà dell’essere succube della moglie e dei ricordi; c’è Dimitri, la memoria storica del palazzo, a cui tutti si affidano, anche se non sopportano l’incessante abbaiare di quella mosca appena stilizzata del cane Rasputin, senza sapere che lui è stato il primo a non fidarsi di se stesso e si perde in un chicco di riso; c’è l’amministratore tirato per la giacchetta, arreso al fatto che gli abitanti del condominio vincano sempre; c’è Ettore, il solo giovane della storia, ma, forse in quanto tale, di passaggio a Residenza Arcadia, che non accetta l’inesperienza. Un bel cast dite? Vero. Se non fosse che, sfogliando le pagine di questa stupenda edizione cartonata, si capisce che non sono loro ad essere i protagonisti. Loro li conosciamo. Ci assomigliano o assomigliano a tanti altri che conosciamo. Loro, nonostante tutto, ci stanno quasi simpatici, ci sembrano buffi, ci affezioniamo a loro tavola dopo tavola. I veri protagonisti della storia sono Gli inquilini. Non li vediamo. Non conosciamo i loro nomi. Ma sappiamo di non volerli lì. Che vengono a fare? Cosa vorranno da noi? Perché non si riesce a mandarli via. Gli inquilini. Gli altri. Quelli che non conosciamo. Quelli che, quindi, stanno venendo a confonderci, a minare la nostra tranquillità, a sconvolgere le nostre abitudini. Gli inquilini vanno cacciati. Non possiamo accogliere a casa nostra gli inquilini. Non possiamo rischiare che scoprano i nostri segreti. Non possiamo permetterci di essere giudicati da loro. Gli inquilini vanno cacciati. Perché Residenza Arcadia non resisterebbe ad un altro colpo. Residenza Arcadia è pericolante e in crisi. La sua integrità va protetta.

Fino a farla crollare, soccombere sotto le macerie delle colpe di chi l’ha abitata. Dei segreti comunque mantenuti. Delle menzogne talmente reiterate da diventare la nostra realtà. Forse qualcosa resterà. Forse la si potrà trovare, dopo il tramonto, correre su una spiaggia, finalmente libera, verso un nuovo futuro.

Forse è vero. Residenza Arcadia è come i condomini in cui viviamo. Ma non sono così sicura che siamo pronti a trasferirci. Non ancora almeno. Non prima di aver letto l’ultima pagina.

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