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“Un anno senza te”. Quando la graphic novel diventa romanzo a tutto campo.

Settembre. Ottobre. I mesi scorrono. Novembre. Dicembre. E sembrano non passare mai. Gennaio. Febbraio. Il dolore passa, la sofferenza resta. Marzo. Aprile. Sembra di tornare a respirare. Di riprendere in mano la propria quotidianità, la propria vita. Maggio. Giugno. Nuovi incontri. Vecchie amicizie che riscopriamo in una nuova veste. Luglio. Agosto. Accettiamo quanto un anno senza ci abbiamo fatto cambiare. E crescere.

E’ questo il percorso che facciamo con Antonio, protagonista di “Un anno senza te”, scritto da Luca Vanzella, disegnato da Giopota ed edito da Bao Publishing. Una graphic novel, che, come spesso sta accadendo negli ultimi anni (grazie anche al coraggio di case editrici come questa di proporci sempre più prodotti nuovi di giovani e bravi scrittori di nuvole parlanti), è da considerarsi a tutti gli effetti un romanzo. Avvincente, emozionante. Che sa coccolarci con le sue tavole nitide e dal tratto leggero.

In una recente intervista a La Repubblica, sceneggiatore e disegnatore chiariscono cosa per loro significhi una graphic novel.

Luca Vanzella dice: Il nome potrebbe sembrare spiegare tutto: il romanzo grafico è un romanzo, ossia una storia ‘lunga’ probabilmente di fiction tendenzialmente in prosa; ed è grafico, ossia con una aspetto visivo, i disegni. C’è però qualcosa in più della somma delle parti, il fumetto, che non è solo unione di testo e immagini, ma un linguaggio vero e proprio. Raccontare con il fumetto vuol dire attingere alla letteratura e alle arti visive, ma anche a un repertorio specifico di soluzioni: la forma e le dimensione delle vignette, le sequenze, lo spazio della pagina…La sfida sta proprio nel raccontare con questi elementi specifici, massimizzare quel ‘di più’ che c’è all’incrocio tra ‘Romanzo’ e ‘Grafico’.

Giopota aggiunge: Fare fumetti è un incontro di mezzi (scrittura, disegno, fotografia, regia) che dona grandi possibilità creative. Un po’ come fare un film, a cui però lavora una persona, difficilmente più di due. Raccontare tramite immagini è qualcosa di istintivo, come i disegni dei primitivi nelle caverne, un mezzo tanto semplice quanto efficace.

‘Raccontare tramite immagini’ la fine di un amore. Iniziare il racconto proprio da questa fine, dolorosa, totalizzante. Antonio spezza la luna con le sue mani nel momento in cui perde il suo Tancredi, crollando tra le macerie di una relazione finita.

Luna spezzata

Questo, in tutti i sensi, l’inizio della fine. Da qui seguiamo il passare dei mesi assieme a lui. Ci infastidisce l’invadenza degli amici che cercano di spronarlo a rialzarsi, ad abbandonare quel divano che è diventato il suo rifugio e a togliersi dalle orecchie quelle cuffiete con cui cerca di isolarsi. Perché noi Antonio lo capiamo. Perché noi siamo stati almeno una volta un Antonio, convinti di aver perso per sempre il nostro unico vero amore, di non trovarlo più. Come noi, Antonio vaga sperduto in una città che quasi non riconosce più, se non in quegli spazi già vissuti con Tancredi.

 

E in questo la scelta di Bologna come location della trama sembra più che mai azzeccata. Perché Bologna sa essere crudele. Con i suoi portici che sembrano proteggerti, ma la nebbia che ti assale non appena hai girato l’angolo. Con i suoi luoghi magici che, in quanto tali, sai che sono effimeri.

san lucaCome il Santuario di San Luca, meta quasi obbligata per un laureando come Antonio. Anche se lui quasi non se lo ricorda più perché abbia deciso di laurearsi in Storia Medievale, con una tesi sui santi dimenticati. Quelli a cui lui si affida nelle sue scelte. Anche se lui vorrebbe solo impugnare la spada e sconfiggere i draghi. Senza capire che sono quelli che vivono dentro di lui.

Antonio affronta la salita a San Luca nello stesso modo in cui sta cercando di affrontare la fine del suo amore:

Antonio: “Le vie del masochismo sono infinite”

Zeno (il coinquilino che lo accompagna): “Ricordati che hai scelto tu di venire quando farai le scale.

Ci proviamo a dimenticare il nostro Tancredi. Facciamo quasi il tifo quando Antonio sembra incontrare un nuovo amore. Quel Boris che incontra quasi per caso, che quasi per caso cancella momentaneamente il ricordo di Tancredi, che quasi per caso ci fa credere che sia possibile tornare a credere nell’amore. Che non a caso perdiamo. Anche lui. Perché non siamo ancora pronti a riaprire veramente il nostro cuore. Perché abbiamo paura di soffrire ancora. O forse perché teniamo che quelle crisi di papà possano diventare anche le nostre. Come lui sparire senza accorgercene. Perché ci sembra ormai di essere spariti agli occhi di tutti.

Il padre dice a Antonio:

Lo sai quante sfumature di trasparente ci sono? Quanti toni di silenzio? Qual è il contrario di odore?

No, Antonio non lo sa. E noi vorremo essere in grado di dargli delle risposte. Che ugualmente non abbiamo. Ma come lui gioiamo nella scoperta di un nuovo vocabolo, che trova nel Dizionario dei sentimenti misconosciuti e delle azioni minime:

SONDERARE: Il rendersi conto che ogni passante che si incroci vive una vita ricca e complessa come la propria – popolata da sogni, amici, routine, follie – collegata ad altre mille vite che non si conosceranno mai, in cui potresti apparire una sola volta come una comparsa che beve il caffè sullo sfondo, una finestra accesa la notte, un rumore di passi lontano.

E’ questo che impariamo dalla lettura di “Un anno senza te”. Impariamo a sonderare ciò che siamo e ciò che ci circonda. E alla fine, come per Antonio, quell’anno è volato, quasi senza accorgercene. E torniamo a sognare di essere dei cavalieri senza armatura. A combattere i nostri draghi. Ché l’amore passa. Ma noi non smetteremo di credere nelle favole.

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