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#chevisietepersi. Storia di un tifoso emigrante.

“E mo che me ne faccio di un libro sul calcio?”. Questo è stato più o meno il primo pensiero che ho avuto quando martedì il corriere mi ha recapitato #chevisietepersi: Il manuale di chi tifa Napoli. E da qui partono le prime considerazioni. Credo che al mondo non esista nessuno più ignorante di me per quanto riguarda il calcio. Certo, ogni due anni (in occasione degli Europei e dei Mondiali) sul mio balcone appare una bandiera del Portogallo. Ma quello è il mio modo tutto matto di rivendicare quel 50% di sangue lusofono che mi scorre nelle vene. Non me ne è mai fregato nulla del calcio. Ho perso il conto di quante volte il mio compagno abbia provato a spiegarmi come funzioni un fuorigioco e a stento so come si chiamino i giocatori. Certo, si salva Er Cappetano Francesco Totti, ma quello solo perché sempre de Roma (ma non della Roma) resto.

E, allora, che diamine ci faccio con una autobiografia semiseria di un tifoso in mano? La spiegazione è molto semplice: perché lo conosco. Perché quel tifoso è Boris Sollazzo. E, provando a dare una parvenza di analisi antropologica a questo pezzo, perché io non lo avevo mai capito (anzi, forse finora lo avevo pure criticato) il suo modo così viscerale di vivere la passione per il Napoli. Ma ho scoperto che #chevisietepersi, edito da Fandango Libri, seppur partendo dalla sua esperienza personale, nasconde la voglia di riscatto di una città, Napoli, che vive il San Paolo come un tempio sacro e che nei 90 minuti di una partita esprime e sublima, ogni volta, la propria identità, riassapora le sconfitte, sminuisce le vittorie, trova il modo per dare rinnovata forza a chi ci vive.

Ora, una recensione seria dovrebbe seriamente introdurre il suo autore. Ma è impossibile restare seri se, guardando la biografia nel retrocopertina, si legge:

Boris Sollazzo è un giornalista di cinema, politica e di sport, a volte anche contemporaneamente. […] E molto altro ancora: lo definiscono freelance, ma è orgogliosamente precario. Ha scritto per molte testate (tra cui i quotidiani Liberazione e Pubblico e per il settimanale di satira Il Ruvido), molte delle quali hanno chiuso gloriosamente. Ma nessuno ha ancora dimostrato che tra le due cose ci sia un nesso. […] Inutile dire cosa sceglierebbe tra il Pulitzer per sé o la Champions League per il Napoli. 

boris-sollazzo

Già qui c’è parecchio materiale per farsi un’idea dell’ideatore di questo manuale. Ma qui non conta il giornalista e nemmeno il critico cinematografico (per quanto il libro sia pieno di più o meno esplicite citazioni cinematografiche). Ma qui non conta l’uomo. Qui c’entra solo la maglia. E la parola non è scelta a caso. Non conta la squadra in sé. Possono cambiare le formazioni in campo. Le recenti cessioni hanno dimostrato che non contano nemmeno tanto i singoli giocatori (per quanto il ricordo di Diego Armando Maradona venga vissuto e rivissuto sempre con entusiasmo, al limite dell’idolatria). Possono cambiare loro, come gli allenatori, come possono alternarsi diversi Presidenti (purché non si tratti di qualche emiro arabo o magnate russo, che i tifosi non li vogliono i soldi ad infangare la divisa). Non conta nemmeno in quale campionato si giochi. Perché nemmeno la retrocessione in C ha svuotato il San Paolo dei suoi 80.000 tifosi. Tutto può cambiare. Si può anche andare a giocare con il Sora. Ma la maglia resta. E’ lì che vive lo spirito del Napoli. E’ in quella che si riconosce il vero tifoso.

Sollazzo lo definisce così:

Il vero tifoso lo riconosci dal fatto che per lui, in fondo, la partita è un optional. Come in amore, l’emozione corre sul filo dell’avvicinamento, del corteggiamento, del contatto, dei preliminari. E poi contano, dopo, le coccole, le chiacchiere, l’intimità, il valore del match. Quei 90 minuti più recupero e intervallo, sono la passione, l’eccitazione, la follia, l’orgasmo. Ma quello che rende l’uomo normale un tifoso sono i giorni passati a discutere con gli amici della formazione migliore, le ore della preparazione e del viaggio verso lo stadio, sia esso di poche centinaia di metri o qualche centinaio di chilometri. E vale anche per il dopo: il ritorno, esausti, a esaltarsi o consolarsi l’un l’altro. Se hai fatto cilecca, andrà meglio la prossima volta, se ha fatto centro ci si dice l’un l’altro quanto ci è piaciuto.

Certo, l’essere tifoso può essere anche Un affare di famiglia:

Tifosi del Napoli si nasce. E si diventa. […] La fede calcistica quasi sempre è un affare di famiglia. Può essere ereditaria, come è stato per me, o per contrasto. Ma a casa mia, diciamolo subito abbiamo esagerato. Perché siamo apolidi per necessità e vocazione, ma abbiamo il Golfo nel cuore.

Tutto parte dal padre, Manlio, che allo stadio ci andava fin da piccolo. Che non riuscì a trattenere le lacrime alla fine di una partita andata male, portando un tifoso accanto a lui ad inveire contro i giocatori: “Avite fatt’ chiagnere ‘a criatura!”. Quel bambino, una volta diventato padre, cerca di proteggere il figlio, fiutando il pericolo che il nonno Manlio Patricolo, palermitano di nascita ma laziale per simpatia, riuscisse a convincere il nipote a diventare biancoazzurro e seppur non volesse che il figlio soffrisse come lui per quella sua passione, di fronte al timore di vederlo in Curva Nord, scelse la Curva B. L’immediata passione con cui il nipote iniziò ad appassionarsi portò anche il nonno a diventare tutto azzurro.

E, sfatando il mito della moglie che aspetta in silenzio in cucina, le donne della famiglia Sollazzo non sono estranea alla passione di casa. Si parte da nonna Bruna che, come racconta Sollazzo:

Per amore del nipote, il sottoscritto, in vecchiaia diventò una ultras: conosceva i giocatori, suggeriva i moduli, guardava le partite sino a quando gli occhi cominciarono ad abbandonarla. Le vedeva con il cuore. Azzurro. E sviluppò persino capacità divinatorie: ogni sabato sognava il Napoli. Il risultato esatto. E al 90% ci prendeva.

Poi c’è mamma Marjia, che è la prima a chiamare alla fine di ogni partita. Che ha cucinato il pranzo azzurro per il primo scudetto, scovando ogni tipo di colorante naturale per pasta, purè e ovviamente torta. A lei è toccato il compito di coltivare la passione sfrenata dei figli. E di mitigare la delusione del marito, in quello che è stato vissuto come un tradimento da papà Manlio: il sospetto di irregolarità nel campionato successivo al primo scudetto del Napoli, vinto dal Milan di Sacchi. Il dolore fu tale da portarlo ad abbandonare il tifo. La madre, definita dal figlio Slovenazzurra, ha dovuto gestire questa situazione, bilanciando gli entusiasmi dei figli e lo sconforto del marito, che usava lo specchio del salone per rubare qualche immagine della partita che dichiarava di non voler più seguire.

Ma forse il vero cuore azzurro della famiglia è la napoleNana o Maradonina, la sorellaTania. Entrambi i soprannomi nascono dalla sua altezza e dal fatto che a giocare a calcio sia meglio di un uomo, o almeno, per stessa ammissione del fratello, sicuramente meglio di lui. Da sempre al suo fianco nel tifo, nell’amore per il Napoli. Con lui durante i viaggi. Con lui nei campi fangosi della serie C. Con lui sul divano a soffrire mentre il tempo scorre fino al fischio finale dell’arbitro.  A vivere e condividere insieme gioie e sofferenze.

Ma la famiglia non si ferma ai soli legami di sangue. E i Sollazzo sono riusciti a contagiare anche una splendida belga che si è unita a loro: Marie-Eve, la moglie di Boris. Che probabilmente sin da subito ha capito di dover condividere l’amore del suo uomo con il Napoli. Che lo sopporta e supporta prima, durante e dopo ogni partita. Che ha saputo far propria la passione del marito, tanto da ripetere per lui piccoli e intimi riti propiziatori per esorcizzare la paura che lo affligge ad ogni fischio di inizio match. Se non fosse stato per lei la timidezza del marito avrebbe avuto la meglio quando, durante la conferenza stampa a Cannes per la presentazione del film di Kusturica su Maradona, lui si è trovato davanti al suo mito, al suo idolo. Davanti alla voglia di scappare via, Boris sente la voce della sua Marie, che minacciosa gli aveva detto “devi parlarci”. E’ a lei che deve uno dei momenti più belli della sua vita. Merito suo l’aver stretto la mano di Diego, aver trovato il coraggio di dirgli quanto vederlo giocare per il loro Napoli gli avesse cambiato la vita. Perché ogni donna sa che è lei la vera forza del proprio uomo. Anche se per dimostrarlo le tocca seguire le partite del Napoli.

In alcune famiglie si nasce. Si possono allargare. E poi ci si può far adottare. Come successo con la famiglia Parodi, tifosi di quel Genoa che non si può definire rivale, ma solo amico e fratello. Un lungo gemellaggio quello tra la squadra della Lanterna e il Napoli, cementato anche dalla reciproca sfortuna. Che non è stato messo in discussione nemmeno quel 10 giugno 2007, quando le due squadre si trovano, una contro l’altra, a giocarsi il ritorno in serie A. L’esito della partita fu il migliore che si potesse auspicare: entrambe le squadre possono lasciare finalmente la serie B. E la gioia esplode per le strade di Genova. Le stesse in cui, 6 anni prima, insieme a Carlo Giuliani, venne ucciso lo spirito della città. Lui morì il 20 luglio, come si sa, durante le manifestazione per il G8. Meno conosciuta, invece, la storia di Edoardo Parodi, il miglior amico di Carlo, morto dopo un’altra manifestazione qualche mese più tardi, a Zurigo, contro il WTO. E, nel descrivere la gioia per la salvezza di entrambe le squadre, Boris si rivolge direttamente a Edoardo:

Era troppa quella gioia, dovevamo dividercela. in quei chilometri a piedi ho capito che io, te, la tua famiglia generosa e speciale, un’intera città e un pezzo della nostra generazione disastrata e arrabbiata, si stava riprendendo la città. genova era di nuovo nostra, ce l’avevano strappata.

Il tifo si condivide. Che si sia in famiglia. Che sia nel e con il supporto del proprio amore. Che sia nel ricordo di amici che non ci sono più. O con il sostegno degli amici, come quei Magnifici sette che non si abbandonano per niente al mondo.

E non importa da dove si venga. Il Napoli ce lo si porta dietro. E qui forse sta l’essenza del concetto su cui in fondo di basa il manuale #chevisietepersi. Non serve essere di Napoli per far propria la maglia del Napoli. Si può essere anche un tifoso emigrante. Perché il Napoli ti vive dentro, ovunque tu vada, ovunque la vita decida di portarti. Puoi essere nato e vissuto sempre a Roma, città che può esserti pure simpatica, ma il tuo cuore resterà sempre azzurro. Il lavoro può portarti a trasferirti all’estero, ma di certo non ti mancheranno gli amici che ti terranno aggiornato via cellulare su cosa accade al San Paolo. Lo spiega bene l’attore Silvio Orlando, che nel suo intervento dice:

Non credo si possa comprendere cosa significhi avere una fede calcistica senza vivere da emigrante. Quando vai fuori il senso di appartenenza per una città, per una cultura e anche per una squadra, diventa parte integrante della tua dignità, della tua identità.

E ti ritrovi con questo libricino in mano. Dopo aver letto l’ultima riga dell’ultima pagina. Con la conferma del fatto che tu di calcio non ne capisci e probabilmente non ne capirai mai nulla. Anche perché la tua ignoranza fa sì che tu la gran parte dei nomi che vengono citati manco sappia chi siano. Ma capisci che in fondo non è importante. In fondo quello che contava era farti vivere attraverso le pagine l’emozione di entrare al San Paolo e sentire le urla dei tifosi, a volte così forti da far credere che ci sia un terremoto (e qualche sismografo si sostiene lo abbia realmente rilevato alla fine di una partita di Champions giocata in casa). L’intento era quello di farti capire che una passione non ha confini, non ha limiti, non deve obbligatoriamente portarti alla vittoria. Anzi, deve e può insegnarti a perdere. E vorresti metterti a cantare Oj vita mia. Magari a tanto non arriveresti. Però senti la tentazione di gridare Sempre Forza Napoli. Sempre.

 

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