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L’Old Boy entra negli Enta. Tra le braccia di “Mater Dolorosa”.

Trent’anni. Come dice il papà di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, nel Dylan Dog Horror Club di apertura al numero 361:

Chi l’avrebbe mai detto in quel fatidico 1986? Beh, ci siamo arrivati.

Sono stata molto indecisa se scrivere o meno questo pezzo su Mater Dolorosa. Perché, come era ovvio che fosse, ancora prima dell’uscita nelle edicole dell’albo speciale, interamente a colori, già tutti avevano scritto sul trentennale di DYD e non è quasi rimasto nessuno a non parlarne, in maniera più o meno approfondita, tavola per tavola, parola per parola, con critiche feroci o entusiaste e adoranti recensioni. Poi ho pensato che non avrei reso onore al nome di questo spazio se non avessi omaggiato l’ingresso di un personaggio così importante nella generazione degli Enta. E poi, io ci sono cresciuta tra Dylan, Groucho, l’Ispettore Bloch e simili. E sono arrivata prima di lui negli Enta solo per una questione puramente anagrafica. Ma questo campione della Sergio Bonelli Editore mi ha accompagnato non poco nella mia crescita. E credo anche in quella di molti di voi che avete deciso di leggere questo pezzo.

Brutta bestia l’eredità. Non parlo di legittime o burocrazie affini. Ma di ciò che un film, un libro, un fumetto e i suoi personaggi possono lasciare in noi. E Roberto Recchioni, fautore del ‘nuovo corso’ intrapreso dal Nostro, prende in prestito le parole di Jacques Derrida e Elisabeth Reoudinesco per spiegarci questo concetto:

Bisogna far parlare le opere dall’interno, attraverso le incrinature, i loro spazi bianchi, i margini, le contraddizioni, senza renderle lettera morta. Da ciò l’idea che il miglior modo per restare fedele a un’eredità ricevuta sia di essere infedele, ovvero di non assumerla alla lettera, come una totalità assoluta, ma di cercare di coglierla in fallo, evidenziandone il tratto dogmatico. L’erede deve rispondere a una doppia ingiunzione, a un compito contraddittorio: deve sapere e saper riaffermare quello che viene prima di lui ma anche riuscire a comportarsi nei confronti di questo in modo non condizionato. Deve fare tutto il possibile per appropriarsi di un passato inappropriabile. Non sceglierla (perché quello che caratterizza un’eredità è proprio il fatto che è lei che ci sceglie in modo del tutto arbitrario, per così dire violento), ma scegliere di mantenerla viva, dandole un nuovo impulso. Perché si è responsabile di fronte a quello che viene prima, ma anche nei confronti di quello che viene dopo.

Lo ammetto. Io questa infedeltà alla Storia di Dylan Dog non l’ho mai perdonata del tutto al buon ‘vecchio’ Recchioni. Un Old Boy troppo fantascientifico quello degli ultimi numeri, che va allo sbando di continuo, senza una apparente linea. Permettendo con quasi noncuranza all’Ispettore Bloch di andarsene in pensione. Che relega il personaggio di Groucho, da sempre inconsapevole colonna portante di moltissime delle storie dylaniate, a una macchietta che non fa ridere nemmeno un po’. Così mi ero allontanata, come si fa con un amore storico che ci fa soffrire.

Perché, se non proprio dal 1986, la mia relazione con Dylan ha abbondantemente festeggiato le nozze d’argento. Il vantaggio di avere una sorella di otto anni più grande è che sarà la voglia di emularla a portarti a fare le prime scoperte importanti in campo musicale, cinematografico e, come in questo caso, fumettistico. Lo svantaggio nell’avere una sorella di quasi due lustri più grande di te, ovviamente, è quello che lei non ti dirà mai di non prendere l’ultimo numero di DYD che ha sul comodino, ma non sarà responsabile della miriade di incubi, spesso anche tremendi, che farai nel tuo lettino di bimba di 10 anni. Non vi tedierò con il racconto del mio sogno dopo la lettura di Attraverso lo specchio né condividerò con voi la vergogna del dover essere andata a stare qualche giorno in un’altra casa per paura che la Morte sbucasse nuovamente dalla finestra del mio bagno o il fatto che il primo personaggio con cui mi sia veramente immedesimata sia stato Johnny Freak. Ma vi basti sapere che penso che i primi ricordi che ho dei miei incubi notturni siano legati a Dylan Dog. E che grazie a lui ho imparato ad esorcizzarli. Forse è per questo che il nuovo corso che la SBE gli ha voluto dare io non l’ho mandato giù. Quella bimba terrorizzata e rannicchiata sotto le coperte si è sentita tradita. Sono passata dall’appuntamento fisso in edicola per correre a prendere il nuovo numero a “se m’avanzano soldi lo prendo”. Senza troppo rimorso. Proprio come succede con un idillio amoroso: “niente rancori, Old Boy. E’ durata anche troppo, doveva finire prima o poi”.

Ma sono una nostalgica che fa fatica ad arrendersi alla fine di un amore. Così, nonostante abbia dovuto promettere al mio compagno che non mi sarei lanciata nell’ennesima lamentela su quanto Dylan non fosse più Dylan e le sue storie non mi appassionassero più, in edicola a comprare Mater Dolorosa ci sono andata. Mestamente (come in fondo si confà al Nostro), ma ci sono andata. Ed è pure successo in una giornata del cavolo, di quelle che brutte è un eufemismo. Ma sapevo già che sarebbe successo visto che la data di uscita prevista era il 29 settembre. Anzi, la cosa mi aveva anche fatto sorridere, perché era come se quel Dylan Dog volesse accompagnarmi in quella giornata, sapendo di trovarmi già di umore nero. Ho rallentato il passo, cercando di ritardare il più possibile il momento in cui sarei arrivata a casa. Mettendomi sul divano ho tenuto l’albo chiuso accanto a me, guardandolo con diffidenza, seppure già la copertina facesse ben sperare (è di Angelo Stano, difficile fosse altrimenti). Ho preso il numero 361 con mani tremanti, lo ammetto, spaventata. Perché avevo promesso sarebbe stato l’ultimo. Il mio addio a Dylan.

Sogno

E invece… E invece Gigi Cavenago (applausi a profusione per un altro grande della Generazione Enta) e Roberto Recchioni hanno fatto il miracolo. Rivedere il galeone solcare il mare in tempesta, con una semplice, ma incredibilmente dylaniata didascalia: “Nero il cielo. Nero l’orizzonte“.  Ritrovare Morgana ad anni da Mater Morbi, sempre splendida e passionale, esattamente come era rimasta nei ricordi. Farsi schiaffeggiare dall’ondata di giallo, rosso e grigi delle tavole, pensando al fatto che per la prima volta il colore non stesse interferendo con la narrazione. Trovare quella frase, “Un sogno. Dopo tanti anni ancora ti fai spaventare dai brutti sogni“, che potrà sembrare niente (ma non lo è, anzi), ma per una che spesso esiste più nella dimensione onirica che non nella realtà è stato come far pace con il proprio uomo dopo una brutta litigata. E poi il Dolore, la Sofferenza, la Resa, perché non è possibile riuscire sempre a combattere il Male che ci portiamo dentro. A volte bisogna farlo vincere. Per scoprire che è lui il solo a sapere davvero come guarirci e salvarci.

dolore

Grazie al dolore, per la prima volta in vita mia, so di non essere solo in questo universo pazzo e indifferente.

Lanciandosi dalla scogliera di Moonlight, Dylan si abbandona al dolore, si arrende, lascia che siano la malattia e la sofferenza a vincere. Non ha più le forze per combatterle e, soprattutto, non trova più motivi per farlo. Il respiro manca, la poca aria che entra nei polmoni sa di marcio. Nessuno tra quelli che ci è accanto capisce o può capire, nemmeno un caro amico come Groucho, che qui nemmeno trova la forza o il coraggio di spararla una delle sue battute, troppo affranto e coinvolto nella sofferenza del suo Capo. La solitudine vista come unica via. Perché il dolore è intimo, è solo nostro, non può essere condiviso.

E poi l’incontro.

Mater Dolorosa e Mater Morbi

Quello tra la Mater Dolorosa e la Mater Morbi. Tra la Speranza e la voglia di lottare e il Dolore e il senso di resa. Tra colei che ricorda che “il compito di una madre è proteggere il proprio figlio dal male e dalla sofferenza” e chi pensa che il suo compito sia “trasformare quei figli in uomini che non avranno bisogno della loro mammina per sopravvivere al mondo“. L’incontro/scontro tra le due essenze della vita. Perché non si affronta il dolore senza il senso di protezione della speranza e non si può sfuggire al dolore nella speranza che qualcuno ci protegga per sempre. Ed è grazie alla battaglia tra le sue due madri che Dylan Dog riemerge, torna a respirare. Lasciando morire il fanciullo. Accettando di poter guarire solo attraverso l’abbandono della speranza e l’accettazione del dolore.

Tavola Finale

Ne esce un Dylan più maturo. Consapevole di vivere in un mondo di morti viventi. Con cui deve continuare a camminare a braccetto. E la tavola di chiusura gli ricorda questo. Gli amori della sua vita che scorrono. Gli amici passati e presenti che passano, vanno via, a volte concedono l’onore di restare. Mani vorticose pronte ad afferrarlo, a stringerlo e graffiarlo ad ogni passo. Ma la luce, seppur piccola e flebile, a splendere in fondo al tunnel.

Non so se questo numero 361 segni il ritorno del Dylan che conoscevo e che ho amato. So che, come ogni buon trentenne che si rispetti, ha ritrovato la sua strada ripercorrendo il suo passato, maturando nel ricordo di ciò che è stato. E se sarà o meno un futuro doloroso, spetterà solo a lui deciderlo. A noi continuare a leggerlo o abbandonarlo. Sperare in un nuovo futuro per l’Old Boy o abbandonarci al dolore di averlo perso.

 

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