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“Tommaso”. Questa la fine che tocca agli uomini degli Enta?

Aspettavo con curiosità questo film. Suvvia, anche se non si fa parte degli Enta, non è possibile non amare Kim Rossi Stuart, non apprezzarlo non solo per le doti fisiche, ma anche e soprattutto per lo sforzo, lo studio e la determinazione con i quali si è imposto tra i migliori interpreti del cinema italiano. E poi, ero curiosa di rivederlo dietro la macchina da presa, a 11 anni da quel Anche libero va bene che, nonostante qualche riserva da parte mia, era stato indubbiamente un ottimo film (la mia passione per gli interpreti uni e trini – attori, sceneggiatori registi – è nota). Complice forse il fatto che era uno dei membri della Giuria di Orizzonti, nel corso di Venezia 73, durante il festival di Tommaso se n’è parlato. Tanto e a lungo. Elogi a profusione. Attrici pronte a tessere le lodi di Rossi Stuart in quanto profondo conoscitore dell’animo femminile, perfetto esempio di ciò che è il maschio italico. E più ripenso alle interviste rilasciate, agli articoli sfogliati e alle recensioni lette, più mi viene il dubbio che io abbia visto un altro film.

Perché questo Tommaso di Kim Rossi Stuart assomiglia troppo a un film del Nanni Moretti quarantenne (sceglietene uno a caso, il concetto rimarrà quello): paranoico, perennemente schizzato, esagerato, misogino quasi fino all’esasperazione. Perché gli ibridi sono intriganti laddove ben studiati e ce ne vuole di esperienza alla regia prima di lanciarsi in una commedia che è anche un po’ drammatica, ma che però fa ridere, anche se è pure un film sensuale, al limite dell’erotico, pur cercando in tutti i modi di strapparti qualche lacrima di commozione. Il regista/sceneggiatore/attore Kim, in un’intervista rilasciata durante la presentazione del film al Festival di Venezia (qui), alla domanda se il suo ultimo film possa definirsi o meno una commedia, risponde:

Una commedia? Prendo atto, ma secondo me la verità è che le etichette classiche per un film così non hanno molto senso. Io penso sia l’opera di un regista che ha un profondo interesse nello scandagliare la mente e per farlo, uno degli strumenti più importanti e naturali è proprio l’ironia, oltre ad essere uno dei frutti specifici di quest’ultima. Ed è necessaria l’ironia proprio perché i quesiti filosofici anche pesanti che affrontiamo hanno bisogno anche della leggerezza.

E forse parte del problema di questo film sta proprio nella ricerca spasmodica di “scandagliare la mente” cercando di usare lo strumento dell’ironia. Che, verissimo, è necessaria per portare un po’ di leggerezza anche di fronte ai quesiti (non obbligatoriamente filosofici) anche pesanti che dobbiamo affrontare. Ma in Tommaso io non sono riuscita a vederla l’ironia. Non sono ironiche le risate che qualche scena riesce a strappare. Lo è l’espressività comica innata che trasmette Edoardo Pesce, qui solo in pochissime scene, ma anche l’unico che riesce a dare davvero voce ai pensieri del protagonista. Lo è il modo di Sonia di spiazzarlo con la sua carica sensuale, portandolo al limite con il suo gioco.

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Tommaso avevamo imparato a conoscerlo nel film precedente, era il protagonista anche in Anche libero va bene. Ma qui l’intenzione sembra quella di voler distruggerne il ricordo. E’ paranoioco, in preda a tic che fatica a tenere sotto controllo. Schiavo di una pulsione sessuale al limite della ninfomania, che lo porta non solo a spogliarsi con gli occhi (letteralmente) qualsiasi donna che incroci il suo cammino, ma a desiderarla. Tommaso vuole il corpo di tutte le donne che incontra. E qui sta la vera pecca del film. Le donne in Tommaso sono stereotipi, succubi della volontà e degli umori dei propri uomini. Sono comparse nella vita di un uomo, non protagoniste.

Una compagna, Chiara (Jasmine Trinca), che lo ama, accettandone le rigidità. Che lo desidera, nonostante i palesi rifiuti di lui, troppo intento su se stesso e, soprattutto, a sbirciare con il binocolo le svestite vicine (anche meno, Kim, anche meno…). Lui la porta all’esasperazione. Avviene tutto in un attimo (immeritatamente la Trinca, la migliore tra le interpreti femminili del film, sparisce quasi subito), quel singolo momento in cui l’ulteriore dimostrazione del distacco emotivo del suo compagno la fa impazzire. Le lacrime di lei non hanno nessun effetto empatico su Tommaso, che poco prima dichiarava di volerla lasciare, ma ora non sa come affrontare il fatto di essere ad essere lasciato.

Una ragazza dai modi timidi e impacciati, Federica (Cristiana Capotondi), presentata come una a cui basta un invito al cinema per prendersi una signora cotta adolescenziale. Tommaso e il suo benessere sembrano diventare il suo unico interesse. Tranne poi presentarcela come quella che gli invade casa, occupando il suo armadio. Imponendo la sua presenza. Che non arriva a capire che Tommaso può pure averle chiesto di concepire un figlio, ma rea di averlo preso sul serio, piccola, stupida illusa.

Poi c’è Sonia (Camilla Diana). Bella da togliere il fiato. Giovane (ovviamente, molto di più di Chiara e Federica, a proposito di stereotipi). Libera, sensuale, sexy. Disponibile. E, ovviamente, è per lei che Tommaso perde la testa. Non pensa ad altro, la immagina come dea eterea. Tranne esasperarsi in ogni modo possibile perché non riesce a portarsela a letto. Si lancia in discorsi profondi sul fatto che solo con lei lui sia riuscito a ritrovare il bambino. Solo lei gli abbia fatto comprendere quanto desideri una famiglia. Vuole solo lei. E non può sopportare i suoi giochi e i suoi rifiuti. Quasi come se debba bastare il desiderio di un uomo per far crollare ai suoi piedi una donna.

E, per concludere con gli stereotipi sulle donne, non poteva mancare l’accenno ad un classico dei classici: il complesso edipico. Perché Tommaso non riesce a staccarsi da Alberta (Dagmar Lassander, invecchiata stupendamente, per me anche più bella di prima, ritirata fuori, guarda caso, da quelle commedie sexy italiane degli anni ’70 con cui tanti ragazzini hanno pensato di imparare a diventare uomini). La madre è ovunque nella vita del figlio. Dà giudizi sulle sue compagne, impone la sua presenza, gli spilla di continuo soldi, perché la pensione non basta e lei ha visto un pappagallo nuovo al negozio per animali. Ma Tommaso rimane lì. A farsi imboccare. A farsi riempire dal ‘verme‘ di quel pensiero fisso e morboso che è per lui sua madre.

Tommaso non ha la più pallida idea di cosa o come sia una donna. Non riesce ad avere una vita sentimentale serena perché non gli interessa averla. Perché quelle donne che tanto desidera sessualmente si rivelano solo accolli cariche di difetti fisici insopportabili e insormontabili. Tommaso non capisce o ama le donne. Lui ne vuole solo il corpo. Vuole possederle. Tommaso la mente femminile non la scandaglia nemmeno in superficie. E io sono uscita dal cinema con la speranza che non siano davvero così i trenta/quarantenni di oggi. Anche se il dubbio (e il terrore) che in fondo il mondo sia sempre più pieno di Tommaso è parecchio forte.

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