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“Se l’è andata a cercare”. Il sessismo in una sola frase.

Tre storie. Due giovani ragazze, future donne che dovranno vivere con un peso enorme. Una giovane donna, che non ha retto più il peso di esserlo. Donne, per alcuni. Troie, puttane, pompinare, zoccole che “se la sono cercata” per tanti (troppi) altri. Non sono solo storie da retrograda provincia. Non sono racconti inventati per storielle hard. Non sono cose di cui non parlare. Ne parlano tutti. Più o meno a sproposito. In tutto il paese. Certa stampa ci sta sguazzando dentro da giorni. I profili social sembrano non parlare d’altro. Perché sono donne che “se la sono cercata”. Perché il Paese si vergogna e si indigna. Ma non smette di commentare. “Se l’è cercata“. Perché? Perché, di base, se sei donna te la sei cercata.

In fondo, è quello che siamo, no? Dai tempi in cui quella troia di Eva è andata a sgranocchiarsi la mela ai piedi del serpente. Siamo puttane dalla notte dei tempi. Ma che non possono permettersi di esserlo. Perché accanto e davanti ai nostri uomini dobbiamo apparire caste e pure. Vergini madri devote dei loro figli. Tenere lo sguardo basso. Parlare il meno possibile. Vestire in modo decoroso. Essere donne dall’indubbia moralità. Bamboline da mostrare, per rendere grande e potente i nostri uomini. Per i quali sempre puttane restiamo.

Abbiamo 13 anni. Viviamo le nostre giornate tra casa e scuola. Forse qualche amicizia speciale. Ci innamoriamo. Di un ragazzo che chiama a raccolta otto suoi amici. Ci stuprano. Ripetutamente, per tre anni. Minacciano noi e i nostri genitori. Continuano a stuprarci. In gruppo. Forti dei loro cazzi duri e delle loro parentele importanti. Nel branco, il figlio di un potente boss, quello di un pluridecorato funzionario dell’Esercito e quello di un integerrimo poliziotto. Ci stuprano. Ci umiliano ogni volta, sempre di più. Fino a svuotarci di tutto. Troviamo la forza di gridare il nostro dolore, nascondendolo tra le righe di un tema per la scuola. I nostri genitori forse sanno. Il paese di certo sa. Siamo ragazze “movimentate”. Ce la siamo cercata.

Abbiamo 31 anni. Siamo ancora giovani e belle. Che è quello che conta nell’era dell’apparire. Lavoriamo nel ristorante di famiglie. Siamo brave nel nostro lavoro. Abbiamo una relazione. Che forse tentenna. Troviamo un altro che ci piace. Ci eccita. Ci piace scopare. Ci piace leccarlo. Ci piace quell’uomo e con lui accettiamo di esplorare e esplorarci. Di andare oltre. Accettiamo di farci filmare. Ci diverte. Con lui sembra bello farlo. Quel video finisce online. Contro il nostro volere. Ottiene migliaia di visualizzazioni. E’ ovunque. Dicono il nostro nome e cognome. Ci trovano. Anche se abbiamo cambiato città. Anche se stiamo cambiando legalmente nome. Ci trovano. Ci chiamano pompinara. Ci chiamano troia, puttana, zoccola. Ci fanno proposte indecenti. Ci insultano. Ci buttano addosso le peggiori offese. Davanti agli occhi di tutti. Davanti agli schermi di tutti. In balia delle tastiere di tutti. Siamo troie pompinare. Ce la siamo cercata.

Abbiamo 17 anni. Convinciamo i nostri reticenti genitori a farci andare in discoteca con le “amiche“. Siamo giovani. Ci piace divertirci. Stiamo imparando a conoscere il nostro corpo. A giocarci. Ci piace farci belle prima di uscire. Guardarci con quella linea di eyeliner e rossetto che ci fa sentire più grandi e meno ragazzine. Beviamo. Tanto. Troppo. Forse ci fanno bere troppo. Forse prendiamo qualcosa, perché forse ci piace pure sballarci in discoteca. Attiriamo l’attenzione di un ragazzo, a cui forse abbiamo ammiccato. Perché, si sa, siamo troie ad ogni età. Lui ci trascina in bagno. Ci piega contro un lavandino sporco. Ci tocca ovunque. Ci stupra. Violenta il nostro corpo e la nostra anima. Vorremo chiedere aiuto. Ma nel bagno ci sono solo le nostre “amiche“. Che, sghignazzando, con i loro cellulari all’ultima moda, ci stanno filmando. Forse aspettano che lui ci esploda dentro. Per inviare via Whatsapp a tutti quelli che conosciamo il video della violenza sessuale che abbiamo subito. Perché è divertente. Perché bisogna attrarre visualizzazioni. Perché le nostre “amiche” sì che sono fighe. Mica come noi che siamo solo puttane. Ce la siamo cercata.

Sono donna. Mi piace esserlo. Mi piace divertirmi con il mio corpo. Mi piace ogni tanto farmi bella. Non solo per il mio uomo. Per me, mi fa stare bene quella leggera linea di trucco sul mio viso. Ho un bel corpo. Mi piace vestirmi in modo da valorizzarlo. Mi piacciono gli uomini. Mi piace che un uomo mi guardi. Mi piace scopare. Mi piace farmi scopare. Mi piace le sensazioni che provo se e quando sono eccitata. Mi piace eccitarmi. Mi piace che il mio uomo si ecciti per me. Non mi dispiacerebbe se volessero filmarmi mentre sto facendo sesso. Non ci trovo nulla di male nel giocare a fare la puttana. Mi piace andare oltre. Mi piace non avere limiti nel mio essere donna. Me la sono cercata?

No. Sono donna. Scelgo io se, quanto, come e quando esserlo. E non è il mio essere puttana o essere dalla parte delle troie a rendermi una persona peggiore. Lo sono gli uomini che decidono che questi siano motivi per i quali mi merito di essere stuprata. Lo sono quelli che scambiano una mia scollatura per un invito a sbattermi contro un lavandino. Lo sono quelli che decidono a mia insaputa di diffondere un filmino porno che ho voluto fare con il mio amante per eccitarci e eccitarmi. Lo sono quelli che decidono di conoscermi e giudicarmi unicamente in base a quelle immagini. Lo sono quelli che visualizzano quel video e massacrano me e i miei cari con commenti orripilanti. Lo sono tutti quelli che vivono in un posto dove si scopre che una ragazzina di tredici anni è stata violentata da un branco di ragazzotti per tre anni che non le danno appoggio e sostegno, perché correva la voce che fosse una ragazzina “movimentata”. Lo sono quelle che consideravo amiche e che invece di proteggermi e aiutarmi hanno deciso di buttare in pasto al mondo la mia anima violata. Loro se la sono cercata. Io sono solo una puttana.

(Foto copertina di @Anarkikka)

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