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Stefano Accorsi. Cercando di indossare le “scarpe” giuste.

La Fortezza I Colmi si è illuminata ancora la notte del 29 luglio per accogliere il quinto appuntamento notturno de La Valigia dell’Attore 2016. Una serata importante, durante la quale è stato dato all’attore Stefano Accorsi il Premio Gian Maria Volontè, consegnato da Carolina Rosi e Silvia Scola.

Questa la motivazione, letta ieri sera sul palco, che ha portato Le Isole del Cinema a decidere di assegnare ad Accorsi il Premio:

Figlio, padre, fratello, amante, fidanzato d’Italia. Capitano coraggioso, deejay carismatico, poeta ribelle, commissario tormentato, medico senza frontiere, arbitro corrotto, pubblicitario spregiudicato, pilota perduto ma non perdente. Stefano Accorsi sa essere attore e icona, punta di diamante di alcuni progetti e motore di altri, come i divi del nostro cinema migliore. I suoi personaggi, così come alcune delle sue scene hanno una potenza tale che sono diventate simboliche, entrando nel nostro immaginario, non solo cinematografico. Grazie ai registi che ha scelto e non di rado ha continuato a scegliere, e viceversa – Muccino, Placido, Ozpetek, Ligabue, Mazzacurati – e all’umiltà e l’intelligenza di dedicarsi anche a piccoli ruoli che lo accompagnassero in una crescita costante, fatta di talento, curiosità, forza di volontà, come l’irresistibile paziente impaziente di Nanni Moretti ne La stanza del figlio. Stefano Accorsi è insieme l’ultimo divo del nostro cinema e un costante esordiente, capace di sorprenderti a ogni scelta, a ogni svolta. Quando arrivò la fama, andò in cerca del cinema d’autore, quando arrivò il riconoscimento dei critici oltre che del pubblico, si rimise in gioco con autori stranieri. E poi il teatro, da Il dubbio fino all’Ariosto destrutturato e vissuto con il sodale Baliani, con gioia, impegno e non di rado ironia. Un viaggio sul palcoscenico raffinato e popolare, come il film Veloce come il vento di Matteo Rovere, in cui ha accettato di demolire il suo aspetto, affrontare un ruolo difficilissimo e potente, vincere una sfida con se stesso pigiando sull’acceleratore del suo talento.

Caro Stefano, questo premio è un riconoscimento per la tua carriera, ma anche per il futuro. Perché l’impressione è che, come sempre nella tua carriera, il meglio debba ancora venire. Magari anche e di nuovo dietro la macchina da presa. 

Carolina Rosi e Silvia Scola, sul palco con Enrico Magrelli e Boris Sollazzo consegnano a Stefano Accorsi il Premio Gian Maria Volonté 2016 (Foto di F. Presutti)
Carolina Rosi e Silvia Scola, sul palco con Enrico Magrelli e Boris Sollazzo consegnano a Stefano Accorsi il Premio Gian Maria Volonté 2016 (Foto di F. Presutti)

Parole bellissime, commoventi e che hanno commosso, riuscendo a rievocare sin da subito i passi che sono stati fondamentali nella carriera dell’attore. Jack Frusciante è uscito dal gruppo. E Stefano Accorsi, con determinazione, affrontando nuove sfide con sempre maggiore professionalità, è riuscito a diventare un’icona del nostro cinema. Un cinema che per molti anni era rimasto orfano di un personaggio così carismatico, in grado di affrontare parti drammatiche e comiche con la stessa forza emotiva. Deludendo di rado chi ha lavorato con lui e, decisamente non meno importante, il pubblico. Al cinema come a teatro.

Come ribadito sia nella motivazione, Stefano Accorsi appare come un eterno esordiente. Un attore che non smette di avere voglia di cimentarsi in nuove sfide, nuovi personaggi, nuovi ruoli.

All’esordio anche come regista. Nel 2014, ha girato il suo primo cortometraggio da regista, “Io non ti conosco“. Il corto è stato proiettato il 29 sera, prima della premiazione. Un progetto interessante, che si avvale dell’interpretazione, oltre che dello stesso Accorsi, di Vittoria Puccini (la moglie) e Gianfelice Imparato (il fioraio dispensatore di ottimi – o forse no – consigli). Un corto intenso. La trama ben strutturata. La recitazione forse un po’ troppo posata, ma con una teatralità che non stona esageratamente con il senso della storia che vuole raccontare. Un Io che sa di crisi esistenziale. Possibile essere sicuri che “io” siamo proprio “noi”?

Ilva clip

Una genuinità e disponibilità che ha sempre contraddistinto la vita di Stefano Accorsi. Non solo professionale. Genuino e disponibile è stato il suo prestarsi alle domande di Enrico Magrelli, Boris Sollazzo e Fabrizio Deriu nel corso dell’incontro che si è svolto la mattina del 30 luglio, presso i Magazzini Ex Ilva. Si tratta di incontri che, a mio parere, rappresentano al meglio il senso profondo de La Valigia dell’Attore, che mira a interrogarsi e analizzare il lavoro e il ruolo dell’attore nel cinema. Non solo attraverso il risultato di questi, cioè i film che va ad interpretare. Ma come l’attore studia il personaggio, quale il suo rapporto con il copione, la sua relazione con la tecnica, la relazione con il regista. Sono questi incontri a permettere al pubblico di aprire una finestra sugli aspetti concreti che guidano l’attore nella sua professione e nelle sue scelte cinematografiche.

Accorsi Magrelli

Durante l’incontro a lui dedicato, Stefano Accorsi si è generosamente offerto al pubblico. Si sentiva forte la sua voglia di raccontarsi. Non per un eccesso di divismo o in modo presuntuoso. Ma con il desiderio, come cerca di fare nella sua professione, di condividere un’emozione. La sua nello svolgere il lavoro di attore. La struttura con cui è stato impostato l’incontro era congeniale a questa volontà. Erano state preparare diverse clip, ognuna ripresa da uno dai film da lui interpretati. Ovviamente il primo contributo audiovisivo riguardava l’esordio come attore di Stefano Accorsi, quel “Fratelli e sorelle” di Pupi Avati che gli ha permesso di raccontare come abbia mosso i primi passi; come sia andato il suo primo provino; la preoccupazione della madre che, non avendo notizie del figlio andato a girare in America, chiama direttamente al telefono il regista per sapere come stesse; di quando il film venne presentato al Festival di Venezia e lui incontrò il giurato Dennis Hooper che gli disse di aver visto il film; del fatto che De Laurentis, saputo della frase del grande attore, gli abbia detto “Ma gli hai chiesto se gli è piaciuto?“, facendogli capire quanto ad un produttore possa non interessare il processo creativo dietro ad un film quanto come quel film andrà al botteghino e se vincerà dei premi.

Rispondendo alla domanda di Fabrizio Deriu su come strutturi il suo lavoro sul personaggio, Accorsi ha risposto che:

“Un attore è una parte di un ingranaggio molto più complesso che è il film. L’approccio che si ha dipende molto dal film, dalla storia, dal regista. Da alcuni anni collaboro anche con una persona, una acting coach. Però il rapporto tra l’attore e il regista resta il vero fulcro del processo. Sia l’attore che il regista devono essere molto coinvolti emotivamente con il personaggio e la trama. E’ sempre più importante il corpo, l’uso che se ne fa. Le scarpe del personaggio sono fondamentali, hanno un rapporto molto concreto sul lavoro. Capire come indossarle, imparare a camminare come il personaggio è quello che mi permette di essere un attore.”

Ovvio che, una volta pronunciate queste frasi, tutta la sala abbia guardato che scarpe indossasse Accorsi in quel momento. Il senso era più profondo. Ma significativo comunque che fossero scarpe leggere, comode, sportive, che non miravano a darsi un tono. Utili e funzionali a camminare nel miglior modo possibile.

risate

A quel punto Boris Sollazzo ha ricordato all’attore come, stanti l’importanza del lavoro sul corpo e il rapporto con il regista, possano esserci comunque dei momenti in cui lo stereotipo possa rimanere attaccato all’attore. Quanto un personaggio possa portare il pubblico a pensare che quell’attore debba essere sempre e solo quello. Inevitabile il riferimento in questo caso a “L’Ultimo Bacio“, il film cult di Gabriele Muccino, che ha contribuito a far esplodere la fama di entrambi tra il grande pubblico. Il critico, presentando la clip, si è scusato con Accorsi per una piccola aggiunta che ha voluto mettere sul finale. E lì ho immaginato si trattasse di qualche backstage particolare, una qualche testimonianza di collega di cast o del regista. Ma quando sono partite le immagini, mostrando la scena in cui Accorsi cerca il perdono di Giovanna Mezzogiorno, ho subito pensato alla genialità dei The Jackal e della loro parodia esattamente di quella stessa scena. E infatti, dopo le urla dei due mucciniani personaggi, sono partite quelle degli interpreti di “Ogni maledetto Natale (secondo i registi italiani)” (guardatelo qui per intero perché merita). Ed è stata una scelta più che azzeccata. Perché, come detto, se si arriva a fare una parodia di un personaggio che hai interpretato vuol dire che comunque, nel bene o nel male, quell’interpretazione, quel film hanno lasciato un segno, un ricordo indelebile. Chiaro chiedere allora come Accorsi si sia rapportato a quel particolare e fondamentale momento della sua carriera. Come chiara è stata la risposta dell’attore, che ha detto:

“Quel film è stato un fenomeno sociale e lì mi sono accorto che niente sarebbe stato come prima. Per le strade vedevo i manifesti, ne parlavano alla radio, accendevo la tv e ne stavano parlando. Era complicato, perché cambiava la gestione del tutto. Cambiava il rapporto con il pubblico. A un certo punto ho deciso di andare a vivere in Francia. Avevo bisogno di guardare più che di essere guardato. Sono passato da un periodo in cui mi offrivano di tutto (compresa, a ormai più di trentanni, la parte di un adolescente) al momento in cui non mi chiamavano più. In Francia ho scoperto il piacere del mettersi in gioco. Questo mi è servito molto quando poi sono tornato.”

Accorsi primopiano

Una lunga chiacchierata, definita dallo stesso attore sul finale, come la più lunga intervista che avesse mai rilasciato. Ma anche la scoperta di come un attore possa agire, sullo schermo come nella vita personale, spinto dal desiderio, dalla voglia di scoprirsi e riscoprirsi ogni giorno. Come il raggiungimento di un traguardo o del successo non debbano portare alla convinzione che non ci sia altro, che non si possa andare oltre. Da qui anche la riscoperta del teatro, manifestata nella decisione di portare in scena, per la regia di Marco Baliani, “Giocando con Orlando“, che presto verrà rimesso in scena. Un attore che ama cambiare spesso le sue scarpe, provarne di nuove (attore, regista, produttore, cinema, fiction, teatro). Imparando ad indossarle camminandoci dentro. Per godere, come è successo a La Maddalena  durante La Valigia dell’Attore, del piacere di mettersi a nudo e camminare scalzo.

 

(Foto di copertina di Fabio Presutti)

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