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“Questo mestiere non si fa. Questo mestiere si è”. Alessandro Borghi e Roberta Mattei salutano il pubblico de La Valigia dell’Attore.

Questo mestiere non si fa. Questo mestiere si è.

Basterebbe forse questa frase, pronunciata da Alessandro Borghi, per descrivere come si sia svolto l’incontro con lui e la collega Roberta Mattei del 31 luglio, in occasione dell’ultima giornata della rassegna cinematografica La Valigia dell’Attore. Basterebbe, perché in fondo il senso del mestiere dell’attore è tutto in quelle parole, nella loro potenza, nella loro carica emotiva. Basterebbe. Se non fosse che stamattina c’è stato molto di più. Se non fosse che Borghi e Mattei non sono solo due splendidi attori, ma anche dei giovani che guardano con la dovuta umiltà alla carriera che hanno deciso di intraprendere, nonostante il successo riscontrato con i loro ultimi film. Tre film proiettati nel corso di questa tredicesima edizione della Valigia: Suburra (Sollima, 2015), che ha aperto la rassegna, con Alessandro Borghi nel ruolo solo apparentemente marginale di Numero 8; Veloce come il Vento (Rovere, 2016), con una intensa Roberta Mattei nei panni della tossica Annarella; e ultimo, ma solo in ordine di programmazione, Non essere cattivo, di quel Claudio Calligari che prima della sua morte tanto ha dato non solo al cinema italiano, ma anche ad entrambi gli attori, che hanno prestato il volto a Vittorio e Linda. Se non fosse che Borghi e Mattei hanno rispettivamente 29 (ma ancora per poco, visto che ne compierà 30 a settembre) e 33 anni. E io oggi, ascoltandoli raccontarsi ai Magazzini Ex Ilva a La Maddalena, mi sono sentita fiera di appartenere alla loro generazione, orgogliosa di come rappresentino gli Enta non solo nel loro essere attori. O forse proprio per come sanno portare l’essenza di questa generazione nel loro modo di intendere il loro “lavoro”.

Arrivo ai Magazzini

Ma prima di entrare nel vivo di cosa sia accaduto durante l’incontro, concedetemi solo un attimo per dare un piccolo consiglio, che nasce da una considerazione fatta dopo aver assistito alle ultime due mattinate de La Valigia dell’Attore. Se sentite in voi il sacro fuoco dell’arte e mirate a diventare anche voi come Stefano Accorsi o Alessandro Borghi, non è fondamentale che facciate l’Accademia o seguiate un qualche corso di recitazione di una o l’altra scuola più o meno riconosciuta. Iscrivetevi all’Università e scegliete Economia e Commercio. E che ci azzecca, vi starete chiedendo. Bé, magari è solo una coincidenza (a cui di rado tendo a credere), ma sia Accorsi che Borghi hanno dichiarato che, anche se per motivi diversi, entrambi si sono iscritti a Economia e Commercio prima di capire se fossero sicuri o meno di voler recitare. Non importa nemmeno che la finiate: Accorsi l’ha abbandonata, dopo qualche anno di insuccessi accademici. Ma, visti i risultati, io al posto vostro un pensierino ce lo farei.

Alessandro Borghi e Roberta Matte a la Valigia dell'Attore 2016

Un po’ d’ironia non guasta. E uno degli aspetti che più mi ha colpito stamattina è stato proprio con quanta ironia entrambi gli ospiti siano riusciti a parlare di questioni stramaledettamente serie. Forse loro stessi, arrivati in modo assolutamente spontaneo e genuino al luogo dell’incontro con i “tre moschettieri” (che Enrico Magrelli, Boris Sollazzo e Fabrizio Deriu se la prendano con Giovanna Gravina per questa definizione, visto che è stata data da lei sin dalla prima sera, e a me pare pure azzeccatissima) non si aspettavano che proprio la prima domanda fosse di quelle da togliere il fiato anche a interpreti ben più navigati di loro. A me personalmente sono venuti i brividi (e una gran curiosità) pensando a come si sarebbero destreggiati dopo la richiesta di Enrico Magrelli di raccontare come abbiano vissuto la loro infanzia, come e quando abbiano sentito il desiderio di diventare attori e quali siano state le loro prime esperienze. La giustificazione data dal critico secondo la quale le loro risposte avrebbero potuto aiutare a capire cosa possa spingere “due persone normali a scegliere un lavoro da matti“, non rende meno difficile la domanda. Ma entrambi se la sono cavata più che egregiamente nel rispondere. Mostrando una maturità intellettuale e una consapevolezza e orgoglio nei confronti del percorso finora svolto da far invidia a personaggi che calcano le scene del mondo dello spettacolo da più tempo di loro (ricordiamo che, cinematograficamente parlando, sono entrambi agli esordi, entrambi con due lungometraggi all’attivo).

Alessandro Borghi

E’ toccato ad Alessandro Borghi rispondere per primo. Quello che, per sua stessa ammissione, ha avuto una formazione poco accademica, iniziando il mestiere per puro caso. Quando, uscendo dalla palestra che frequentava all’epoca viene fermato da quel Danilo Cesarano che diventerà successivamente (come lo è tuttora) il suo manager e che gli propose un provino per una fiction. Provino che lui rifiutò. Voleva fare il commercialista e forse anche il pugile, sicuramente non l’attore. Ma alla fine l’insistenza di Cesarano, che arrivò anche a chiamarlo a casa, davanti ai suoi scettici genitori, lo portarono ad accettare. Nasce così la sua prima esperienza televisiva, quel Distretto di Polizia 6 che ha dato l’avvio ad una serie di altre esperienze nel mondo delle fiction. Per sua stessa ammissione, ne ha fatte tante, alcune valide, molte brutte se non bruttissime (una di queste, nonostante tutte, rimarrà per sempre legata ad un mio ricordo personale, nonché quella che mi ha portato a conoscerlo come interprete e a seguirne con particolare curiosità la carriera). Ma ha anche detto che la televisione gli è servita per cogliere quegli strumenti necessari che gli hanno poi permesso di capire che tipo di attore volesse diventare. Dopo un paio di anni in questo settore, senza mai aver prima studiato recitazione, gli viene consigliato di approfondire la tecnica. Lavorando il tempo per seguire l’Accademia non lo aveva. Forse nemmeno la voglia. Decide allora di iscriversi alla Scuola di recitazione di Jenny Tamburi. Il dover conciliare lo studio con il lavoro e la sua vita privata gli dà il primo vero insegnamento per riuscire a fare l’attore: l’importanza del tempo. Prenderselo, saperlo gestire, moderare la velocità in alcuni momenti e correre quando e se necessario.

Questi i suoi primi passi. Fino ad arrivare a quello che Borghi a definito “la più grande emozione della mia vita“. Parlava del settembre 2015, quando il film Non essere cattivo viene presentato al Festival di Venezia e tutta la Banda Calligari ha raggiunto, incredula ed emozionata, il Lido. Evidente la commozione di Borghi nel raccontare l’episodio, nel descrivere quanto tutti i membri del cast si sentissero travolti dalle emozioni, inconsapevoli di cosa sarebbe accaduto loro. Racconta come i 18 minuti di standing ovation siano stati i più belli della sua vita. Di quanto l’esperienza con Calligari e il personaggio di Vittorio gli abbiano permesso di riscoprire cose di se stesso che aveva dimenticato o tenuto nascoste.

Roberta Mattei

Roberta Mattei, invece, un percorso accademico lo ha fatto. Ma il suo desiderio di diventare attrice va oltre e nasce molto prima. Era forte già all’età di 8 anni quando, bambina costretta alla solitudine della vita della periferia romana, guardando in casa alcune puntate registrate di Palcoscenico, disse alla madre: “Io voglio fare quella cosa lì“. Ciò che la guidava era il senso che dava la concetto di Compagnia (intesa come teatrale), una famiglia in cui sentirsi accolta e da cui farsi proteggere. I genitori decisero così di iscriverla ad un corso di teatro di un’associazione culturale del suo quartiere, in cui ha scoperto la gioia dello stare con gli altri, approfittando della volontà di quei suoi primi maestri di portare il teatro tra le vie e nelle vite dei ragazzi delle periferie. E la spinta a continuare lei la descrive con una frase a mio giudizio carica di significato:

Non mi fidavo di me. Ma ho deciso di avere fiducia in chi mi diceva che potevo farlo. Che lo sapevo fare. E che ero anche brava.

Si è iscritta all’Istituto Sperimentale per il Cinema. Esperienza che però non le ha lasciato un ricordo positivo. tanto che, una volta ultimato, è tornata alla sua prima passione, quel teatro che tanto aveva sognato di fare sin da bambina, trovando finalmente una sua Compagnia e portando in scena Pasolini, che le ha permesso di potersi anche cimentare nella recitazione nella sua lingua, assaporando appieno la romanità dei versi che doveva recitare. E apprendendo anche una grande lezione, di vita oltre che professionale, cioè il non prendersi mai troppo sul serio, guardando i segnali che la vita riesce a dare, senza costringersi dentro scelte obbligate, ma cercando in tutte le cose di analizzarli. In questo senso, fondamentale anche per lei l’esperienza con Calligari, che l’ha resa ancora più consapevole di quella che è la sua visione del mestiere dell’attore: portare qualcosa che ti appartiene senza essere veramente te. E poi:

L’attore è uno strumento. Siamo ormai tantissimi in Italia, ma io non ci credo che tutti lo fanno con il “sacro fuoco”. Non sono convinta che farei questo lavoro ad ogni costo. Lo farò solo finché sentirò di avere qualcosa da dire.

Borghi Mattei Sollazzo

In entrambi i casi, come sottolineato da Boris Sollazzo, le frasi pronunciate da entrambi sono apparse proprio come delle lettere d’amore verso il lavoro dell’attore. Un lavoro che i due hanno anche svolto insieme. E, ovviamente, inevitabile è stata la domanda su come abbiano vissuto le settimane di set per la preparazione di Non essere cattivo, data anche le difficoltà tecniche che traspaiono da molte delle scene del film. Entrambi hanno sostenuto che fare quel film sia stato “facile”, ma non nel senso tecnico o emotivo del termine. La facilità era data da quel qualcosa di magico che tutti e due gli attori hanno dichiarato si fosse instaurato tra i membri della troupe, tanto da non aver quasi bisogno di provare le scene prima di girarle. I personaggi erano talmente radicati in loro da sapere che tutto sarebbe andato esattamente come doveva andare.

Due giovani attori. Due esperienze diverse che ad un certo punto si sono incontrate. Due visioni in fondo simili del mestiere che fanno. Indubbiamente traspare la stessa passione, la stessa determinazione nel non farsi trasformare da alcune storture del mondo in cui si stanno avventurando. Continuando, come detto da Alessandro Borghi, ad essere sempre sinceri con se stessi, imparando anche a sapersi giudicare. Due membri della generazione degli Enta, che faticano ad ottenere l’obiettivo che si sono prefissati, ma che non smettono di perseverare con determinazione in quello che fanno. Che non si arrendono. Forse non voglio esagerare dichiarando che dovrebbero essere un esempio per questa nostra generazione. Ma sicuramente mi rendono fiera di farne parte anche io.

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