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“L’Accabadora”: quando la tradizione della morte incontra le macerie della modernità

Deludo subito chi, leggendo il titolo, abbia potuto pensare che mi accingo a recensire il libro del 2009 di Michela Murgia. No, niente libri. Men che meno della Murgia, di cui, ammetto, non ho mai letto nulla. Si parla sempre di finzione, ma in questo caso cinematografica. Quella del film “L’Accabadora“, diretto da Enrico Pau e presentato il 28 luglio in anteprima a La Valigia dell’Attore, appuntamento che si rinnova per il suo tredicesimo anno all’isola di La Maddalena.

E, visto che siamo in vena di confessioni, ammetto anche che ieri sera sono entrata nella splendida Fortezza I Colmi (uno dei luoghi che preferisco di quest’Isola), con la quasi convinzione che me ne sarei andata prima della fine della proiezione. Perché gli stereotipi possono essere “una brutta bestia” e temevo sia per la scelta del cast di attori coinvolti (in alcuni casi a me completamente sconosciuti, in altri – vedi la partecipazione di Carolina Crescentini – si trattava di interpreti che cerco spesso di evitare sul grande e piccolo schermo) sia per il fatto che, troppo spesso ingiustamente, tendo a diffidare del cinema sardo. Eppure ieri non riuscivo a scollarmi dal mio gradone di granito ai lati della platea. Eppure mai come ieri ho assaporato la forza del silenzio, del non cercare il dialogo a tutti i costi. Eppure ieri, grazie alle strepitose scenografie e ai paesaggi di incredibile bellezza che servivano da cornice alla trama, ho scoperto una Sardegna per me nuova, intrigante, da esplorare.

Ecco, anche questo è “L’Accabadora“. Una figura arcaica, tradizionale, ripresa dal regista (che, insieme a Antonia Iaccarino, qui è anche sceneggiatore) quasi come a trasformarsi in antropologo per il suo cinema. Pau sembra voler svelare i segreti di questa figura quasi mitologica, perfettamente attuale in un mondo in cui il dibattito sull’eutanasia si fa sempre più pressante (il film inizia il suo processo creativo nel 2007, quando la storia di Eluana Englaro riempiva i giornali). Cerca di far scontrare la tradizione della morte con la modernità di chi la morte la dà, ambientando la sua storia negli anni ’40, in una Cagliari duramente ferita e colpita dai bombardamenti della II guerra mondiale.

Nelle note di regia  Enrico Pau, a proposito del film dice:

Morte, guerra, amore, la nostra storia ruota tutta intorno a questi tre elementi narrativi eterni.
La cosa che mi interessa sempre di più come regista è esplorare gli angoli più nascosti della realtà, gli angoli dimenticati, dove scorrono vite invisibili, dimenticate dalla Storia.
Annetta è uno di questi esseri umani la cui esistenza trascorre dentro un microcosmo “arcaico” (nel senso etimologico di cosa arcana, dimenticata). Questa distanza siderale di Annetta dal mondo, dalle sue luci, questo suo nascondersi nell’ombra, negli angoli della vita non è una scelta. In questo senso Annetta è inizialmente un personaggio tragico, le traiettorie della sua vita paiono disegnate al di là della sua volontà, il destino l’ha collocata in un luogo remoto, la sua vita è segnata dalla tradizione, dai riti di un mondo oscuro, per svolgere il ruolo di Accabadora che sua madre le ha trasmesso e la comunità le ha richiesto.
Annetta vive in questa dimensione abitata da un distacco quasi sciamanico dal mondo, nasconde o meglio ignora i suoi sentimenti, ha acquistato tutta la durezza di cui aveva bisogno per svolgere il ruolo di Accabadora, per dare la buona morte.

Annetta, interpretata da una stupenda Donatella Finocchiaro, per quasi tutto il film vive in questo buio. Poca luce, solo quando si avventura per le vie di una Cagliari devastata dalle bombe. Il suo sguardo arreso, consapevole di dover sottostare a quel destino crudele che sua madre ha voluto per lei. La luce negli occhi solo quando si abbandona alla naturalezza dei suoi sentimenti, per Tecla, l’adorata nipote, o per quel dottore straniero che è il suo alter-ego moderno.

Tecla è la sua speranza verso il mondo. La sua chiave per un futuro diverso. E’ sempre Pau a precisarlo:

L’amore per Tecla, il contatto, la vicinanza a cui la costringe il prendersi cura della giovane nipote orfana innescano il passaggio dallo stato di quiete, che tiene sopito il dolore antico e profondo della sua infanzia spezzata, alla scoperta del mondo e del suo respiro.

Per prestare il volto a Tecla viene scelta una quasi sconosciuta Sara Serraiocco. Impossibile non farsi catturare dai suoi occhi. La perdita della madre l’ha fatta crescere in fretta. La voglia di allontanarsi dal paesino le riempie lo sguardo di speranza e ambizione e la porta a fuggire a Cagliari. La delusione dell’impatto con la grande città, con la durezza e la crudeltà della modernità sembrano farle spegnere non solo lo sguardo, ma anche l’entusiasmo e l’illusione che per lei possa esserci un futuro diverso da quello a lei destinato. E la spontaneità della Serraiocco, qui alla sua prima occasione importante per il grande schermo, rende ancora più genuino il suo personaggio.

Enrico Pau incontra gli spettatori, rispondendo alle domande di Enrico Magrelli e Boris Sollazzo
Enrico Pau incontra gli spettatori, rispondendo alle domande di Enrico Magrelli e Boris Sollazzo

Durante l’incontro, svoltosi la mattina successiva alla proiezione, presso i Magazzini Ex-Ilva, il regista ha parlato di questa giovane interprete come di “un’attrice in balia degli eventi, una Claudia Cardinale che deve ancora crescere“. Buffa questa definizione di Pau, perché appena l’ho vista sullo schermo mi è apparsa subito l’immagine della Cardinale ne “Il Gattopardo”. Una ragazzina dall’evidente fascino che guarda lo spettatore con affetto, ma anche con aria di sfida, sapendo di poter dare ancora molto.

Figure femminili forti, determinanti nella narrazione. Come lo è il personaggio di Alba, una stravagante artista (che vuole ricordare le sorelle Coroneo, poco note ma importanti figure della ricca tradizione artistico-artigianale sarda) che avrebbe potuto lasciare Cagliari, ma che resta, nell’attesa del ritorno dal fronte del suo amore segreto. E’ Carolina Crescentini ad interpretarla. E qui faccio totalmente mie le parole del regista, che parlando di lei dice:

Il cinema italiano ha purtroppo la tendenza ad inquadrare gli attori in clichè. Anche noi registi tendiamo ad avere degli stereotipi. Ma qui la Crescentini non fa la Crescentini. Ho scoperta Carolina come un’attrice di testa, con cui dialogare e confrontarmi è stato assolutamente piacevole. Il personaggio di Carolina serviva a dare ad Annetta la consapevolezza che un altro mondo fosse possibile. Un mondo più moderno. 

Ed è vero. Qui la Crescentini non fa la Crescentini. La recitazione è sempre misurata. Il portamento in scena mai esagerato. Un’attenzione all’uso della voce e delle mani da vera professionista. Una sorpresa per me.

In questo contesto narrativo dominato dalle donne, non risulta fuori posto il personaggio di Albert (interpretato da un bravissimo Barry Ward, di cui il  regista ha tessuto le lodi per la sua professionalità e disponibilità), il medico che l’Accabadora incontra sul suo cammino di ricerca della nipote.

[…] L’uomo che usa la scienza per curare e guarire, lo “Straniero”, emblema massimo dell’altro da sé. Costui riuscirà a penetrare il suo guscio e a schiudere il cuore di Annetta, preparandola al contatto fisico e all’amore, facendole scoprire un desiderio da sempre rimosso, negato al suo corpo di donna ancora giovane, costretta, come una antica sacerdotessa di un rito perduto, a vivere lontana dagli esseri umani e dai loro sentimenti.

Pau racconta che quando ha iniziato a scrivere il soggetto il suo desiderio era quello di spostare il dibattito sull’eutanasia in un territorio, non solo fisico, un momento in cui la scienza prende il posto della tradizione. E’ questo il senso del rapporto tra Annetta e Albert, un legame speculare. Il medico e l’accabadora di specchiano l’uno nell’altra. Non è il contatto fisico lo scopo finale (Pau ammette che non avrebbe potuto immaginare una scena di sesso tra i due), ma l’incontro tra i loro due diversi mondi, le loro sensibilità. Fino a scoprirsi più simili di ciò che pensano.

Un film intenso “L’Accabadora”. Le immagini sullo schermo rese ancora più incisive dalla meravigliosa Sardegna che è il fulcro della splendida scenografia di questo film (a cura di Marco Dentici), tanto che Pau dice:

Il film ragiona sulla morte, le bombe, la tradizione, la leggenda, i corpi. Corpi che sono anche scenografici. L’intesa straordinaria che si creata con Dentici ha permesso di rendere vivo questo concetto.

C’è la ruralità della campagna sarda che si unisce alla modernità della grande città, Cagliari. E qui GliEnta può concedersi il suo primo, piccolo scoop. Ieri sera ho postato sul mio profilo Twitter una foto di Enrico Pau sul palco prima della proiezione del film, presentato da Boris Sollazzo e Fabrizio Deriu (Enrico Magrelli, il “terzo moschettiere”, ha invece seguito la moderazione del dibattito mattutino con Sollazzo). Un mio contatto (in verità, tra i più assidui e generosi) ha replicato raccontandomi che lui ha seguito tutte le riprese dalla finestra di casa sua. E lì, lo ammetto, ho giocato a fingermi reporter. Scoprendo che Paolo Marongiu è il Presidente del Comitato Castello 2020. Castello è uno dei principali quartieri del centro di Cagliari, teatro delle riprese di “L’Accabadora”. A lui ho chiesto allora come la città e i suoi abitanti avessero vissuto “l’invasione” della troupe del film. Con la carineria che lo contraddistingue, mi ha risposto che Cagliari è stata fiera del fatto che qualcuno abbia voluto raccontare un momento così drammatico per la città come quello dei bombardamenti aerei che l’hanno duramente colpita. Orgogliosa che un regista decidesse di renderla scena principale per il proprio film. Ma mi ha anche raccontato del prevedibile senso di frustrazione nel vedere le vie bloccate, la “normalità” cittadina sconvolta nei giorni in cui si è vista trasformata in un set cinematografico. Marongiu ha anche ammesso che ci siano state delle incomprensioni tra autorità regionali e comunali, che hanno portato ad una non piena informazione della cittadinanza di quello che stava per accadere. Ma ha voluto anche sottolineare la disponibilità al confronto della Film Commission, nella persona di Nevina Satta, con la quale è stato possibile confrontarsi per far comprendere agli abitanti del quartiere la splendida occasione che quelle riprese avrebbero regalato alla loro città.

In questo piccolo aneddoto ci vedo parte del senso di questo “L’Accabadora”. Il popolo sardo, sempre pronto alla diffusione e preservazione del proprio patrimonio culturale e tradizionale, che incontra la modernità del cinema. Si scontrano, forse non si capiscono. Ma alla fine si compenetrano. Come Annetta l’Accabadora che incontra e accetta la scienza del medico Albert. Il passato che incontra il moderno. E imparano a rispettarsi e camminare assieme.

One thought on ““L’Accabadora”: quando la tradizione della morte incontra le macerie della modernità

  1. Adoro questo tipo di scrittura dove le informazioni, le analisi si intrecciano con le personali emozioni per dare anche a una critica cinematografica il sapore del vissuto, per farne qualcosa di diverso di annotazioni tecniche o sientesi di trama. In questo articolo c’è tutto, la cifra stilistica del film, la sua drammatica storia, la bravura degli attori, la riflessione sull’eutanasia, l’isola meravigliosa e difficile dove tutto questo accade, paesaggio della storia oltre che della natura, possibile luogo di un incontro e di una consapevolezza possibili. Spero che il film sia davvero così bello come la recensione ce lo mostra.

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